Enzo Gragnaniello. Lo chiamavano vient’ ‘e terra

Il tuo nuovo lavoro discografico “lo chiamavano vient’ ‘e terra”, scritto, cantato e prodotto da te. Ci parli di questo lavoro?

Il disco precedente risale a quattro anni fa, ed in questo arco temporale ho raccolto tantissimo materiale, ho scritto, ho composto.

Sono convinto che per fare questo lavoro non si debba andare di fretta e cedere a logiche di mercato. A me piace vivere e non sopravvivere per cui il tempo lo gestisco io.

Immagino di avere tra le mani tanti frammenti, tante parti di una stessa immagine, delle tessere che messe assieme formano una sorta di mosaico.

“Lo chiamavano vient’ ‘e terra” racconta la mia vita, anche la parte più romantica di essa. Rappresenta un po’ la base di partenza della mia vita con tutte le sue contradizioni ed emozioni, romanticismo e senso di bellezza.

 

Dodici tracce interamente composte da te. Preferisci fare tutto da solo?

Oggi le cose sono cambiate non è più come qualche tempo fa, ci sono i computer che ti permettono di fare un ottimo lavoro senza andare necessariamente in studio. Inoltre potendolo fare da casa, hai la possibilità di cogliere le idee e gli umori nel momento stesso che li vivi. Puoi elaborare e sperimentare delle cose che difficilmente in uno studio uscirebbero fuori. A casa ho realizzato tutte le armonie e melodie. Ho suonato io tutte le chitarre. Poi in studio abbiamo risuonato il tutto e fatto da capo basso e batteria che sono la ritmica dei brani.

 

Ti sei in un certo senso messo a passo con i tempi

Principalmente è una questione di comodità, per rendere il tutto più elastico. Un po’ tutti oggi fanno così. Una parte del lavoro viene preparata prima e poi in sala di registrazione si completa il tutto. Così si riesce di più ad avere tutto sotto controllo.

 

Chi fa da se fa per tre?

Ragiono un po’ come fanno i pittori, si mettono davanti alla tela e scelgono loro i colori ed i pennelli da usare, non fanno mettere mano ad altri sulla loro tela.

Così facendo riesco ad ottenere un sound molto più rituale, più personale e non un suono stereotipato. Ho ricercato un suono più da processione per raccontare meglio l’essenziale.

 

“Mmano ‘o tiempo”, secondo te noi possiamo essere padroni del tempo?

Credo di si ed il segreto è nel riuscire a prendere consapevolezza del perché siamo qui. Se non si riesce a fare ciò si viene mangiati dal tempo e l’ansia che ci avvolge lo fa scorrere ancora più in fretta.

Chi accende una sigaretta dopo l’altra, chi smanetta continuamente con il cellulare. Se si riuscisse a stare un po’ più con se stessi senza quella smania di correre potremmo distruggere il tempo e far si che il tempo stesso ci dica: cerca di non perdere tempo.

E’ come quando cerchiamo un Dio e non ci accorgiamo che siamo noi stessi Dio. Nel brano dico: “Nuje simm’ ‘o stesso Dio ca c’ha criato”

Se fossimo consapevoli di questo ci rispetteremmo sicuramente di più e gestiremmo meglio il nostro tempo.

Un po’ come un fiore crea l’odore , oltre al linguaggio che uso nello scrivere, mi baso molto sugli umori, perché è proprio attraverso l’umore che il musicista riesce a toccare la parte più sensibile delle persone.

 

“Lo chimavano vient’ ‘e terra”. Il vento di terra è la brezza che parte dalla terra e  va verso il mare ma non è il tipo di vento descritto nel tuo brano. Come mai questa scelta? E perché “lo chiamavano”?

Lo chiamavano perché l ‘ho immaginato con un doppio significato, sia come se fosse il soggetto e sia come se fosse l’oggetto del discorso.

Riguardo al tipo di vento per farti capire devo raccontarti una cosa che facevamo quando ero piccolo. Assieme agli amici del quartiere ci ritrovavamo sulla scalinata di Santa Barbara e facevamo appunto “ ‘o  vient’ ‘e terra”, verso le cinque del pomeriggio iniziavamo a correre per i vicoli  gridando: “ ‘o vient’ ‘e terra, ‘o vient’ ‘e terra” buttando per aria tutto quello che ci capitava davanti, suonando i campanelli, insomma facevamo un casino enorme.

Il brano inizia con questo senso di leggerezza per arrivare poi ad una presa di coscienza, un racconto reale. Anche il passaggio a Milano è realmente accaduto, a quindici anni un viaggio alla ricerca della libertà.

All’epoca abitavamo in una casa, praticamente una stanza a sette di noi e ad un certo punto sentii il bisogno di scappare verso la libertà e scelsi Milano che immaginavo come la città più lontana.

Oggi qual è il tuo rapporto con la libertà?

Nel tempo poi sono tornato e vivo tutt’ora a Napoli, nei quartieri, ma ho tutt’oggi quella voglia di libertà ed infatti ogni volta che scendo faccio una lunga passeggiata da Santa Lucia fino a Mergellina, la faccio quasi tutti i giorni.

Era ed è tutt’ora una mia esigenza, quella di evadere. A Napoli sto bene ed in un’altra città non ce la farei. Cerco di non fare il napoletano, ma di essere un frammento di Napoli con forti radici. Napoli è una bellissima città con tante energie e va rispettata. E’ una città che ti da molto.

La libertà è quando capisci che tu e l’aria siete la stessa cosa, esistiamo su questa terra ma non apparteniamo ad essa, siamo solo di passaggio.

Fondamentalmente mi sento libero. Libero di pensare e fare quello che voglio.

 

Si tu me cunusciss’, un invito ad aprirsi all’amore: Tu ti sei mai aperto all’amore?

Molti dicono io non credo più nell’amore, perché magari hanno avuto delle storie finite, degli abbandoni. Credo che questo concetto non sia giusto, perché

l’amore vero non può fare altro che renderti libero.

Sicuramente è capitato anche a me di essere lasciato, mettiamo le radici nel dolore ma dobbiamo aspirare a mettere i rami nel cielo, nel paradiso.

L’amore è legato a Dio: “Chist’uocchie ca te guardano so ‘e mie, E stanno ‘nguoll’ a ‘tte pe colpa ‘e Dio”, perché Dio è amore. Nei miei testi uso dei simbolismi che servono a risvegliare in chi ascolta la propria sensibilità, la fantasia. Se non accadesse ciò le canzoni non sarebbero altro che delle storielle.

 

Gli uomini ego, l’uomo prevaricatore. Attualmente in politica ce ne sono?

Credo che in un certo senso lo siano un po’ tutti quelli che si presentano nelle liste del potere, non c’è una presa di coscienza nel loro animo, ma solo voglia di potere.

In realtà in ognuno di noi c’è questa specie di istinto, questo credere di essere migliori degli altri. Ma i veri intellettuali sono quelli che riescono a guardare le stelle, emozionarsi, andare oltre quelli che sono i limiti della politica. In politica spesso si usano solo paroloni ma non si bada ai problemi reali. Come esistono i super eroi, gli uomini tigre, esistono anche gli uomini ego.

 

Povero Munno, un brano che troviamo anche nell’album di James Senese. E un tuo pezzo?

Si è vero è anche nel disco dell’amico James. E’ un brano in cui ho scritto il testo e la musica e doveva essere nel mio disco, ma James stava completando il suo album e mi chiese se avevo un brano per lui. Siamo molto amici ed abbiamo fatto molte cose assieme, gli proposi l’ascolto di questo pezzo e gli piacque subito, lo ha arrangiato a modo suo e lo ha inserito nel disco. Io l’ho riproposto con un arrangiamento completamente diverso.

 

‘A delinquenza, in questo brano definisci la delinquenza come un’entità. Secondo te è un qualcosa che potrebbe nascondersi in ognuno di noi?

La immagino come una larva, che si annida in ognuno di noi e a seconda del carattere viene fuori o meno. Se uno è debole interiormente è più predisposto. Tutti nei momenti di debolezza possono avere delle derive verso la delinquenza, che può esprimersi semplicemente facendo del male a qualcuno o dicendo delle bugie. Il delinquente non è per forza un ladro o un assassino.

 

Hai scritto tanto per tanti, Mia Martini, Roberto Murolo, Andrea Bocelli, Ornella Vanoni, Celentano. Hai mai avuto un interprete preferito, quello che più è riuscito a cogliere l’anima della tua musica?

Tutti quelli a cui ho dato dei brani ci sono riusciti benissimo. Io non scrivo per le persone, se capita che qualcuno mi chiede un brano so quale gli si adatta di più. Sono un po’ come un sarto, riesco a cucire il brano addosso a chi me lo chiede.

 

Tanti premi nella tua carriera, tre volte vincitore del premio Tenco. Questa tua napoletanità che arriva a tutti.

Non so se arriva a tutti, dipende da come le dici le cose. Sono gli umori che riesci ad emettere e trasmettere.

 

Un riconoscimento a te più caro?

Forse proprio le targhe Tenco, anche se ricordo con affetto uno degli ultimi premi ricevuti. Il premio Concetta Barra che si svolge a Procida. Mi ha molto emozionato riceverlo perché è un’artista che ho sempre amato.

 

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