Eugenio Bennato, viva l’arte che si ribella sennò l’arte che ci sta a fare

Eugenio Bennato una lunga carriera tra musica e sperimentazione. Fonda la Nuova Compagnia di Canto Popolare, il progetto Taranta Power ed un lungo periodo di cantautorialità. Attualmente proponi una sintesi dei tre aspetti appena citati, qual è il tuo messaggio musicale di oggi?
Sono partito da degli elementi tipici della musica popolare per una scelta stilistica ed estetica. Quando fondai la Nuova Compagnia di Canto Popolare effettuai un passo coraggioso, perché si trattava di inoltrarsi in un mondo abbastanza sconosciuto e soprattutto lontano dalle istanze del rock degli anni ‘70. Feci quella scelta perché ritenevo quegli elementi musicali bellissimi. Vi era una sorta di rivendicazione estetica di bellezza negli insegnamenti dei maestri del sud, della sonorità della chitarra battente, dei ritmi dei tamburi, etc. Quindi una scelta stilistica che spero di essere riuscito a mantenere negli anni, stile che ha degli elementi abbastanza evidenti a cominciare, ad esempio, dalla circolarità di una melodia. Mentre nel pop c’è una tendenza al finale eclatante, nella musica popolare c’è un andamento che potrebbe continuare all’infinito non si risolve con una circolarità.
La Nuova Compagnia di Canto Popolare è come un viaggio fantastico nella musica del sud, Taranta Power è solo una riproposta di creatività nuova, moderna che porta a quella che tu puoi definire una terza fase, quella cantautoriale. Tutto ciò è importante perché la musica è materia prima, non può essere cristallizzata come in un museo in quel caso perderebbe la sua funzione, quella di intervenire nel quotidiano. Ogni musica ha il suo tempo e quindi le cose che facevo tanti decenni fa, non potrei farle oggi, ma posso fare delle cose che mi portano ad un contatto con la realtà, con dei temi forti come la cultura del sud, del brigantaggio, l’emigrazione.

La tua è una ricerca continua?
E’ una ricerca del nuovo, perché penso che il nuovo corrisponda al bello. Quando nasce una bella melodia significa sentire una melodia che non è mai stata sentita prima. Questo è molto importante. Per quello che posso sono sempre alla ricerca, anche se devo dire che non ci sono regole per poter trovare una bella melodia, ma ti viene fuori all’improvviso come un sogno.

Ti ispiri a qualcosa, nella ricerca della tua musica?
Non saprei dirti, anche in questo caso non ci sono regole fisse. Magari un semplice incontro può portarti ad un suggerimento o ad un’idea.
Mi viene in mente uno degli ultimi brani scritti “Mon père et ma mère”, scritto metà in italiano e metà in francese. Questo brano nasce dall’incontro con un ragazzo del Camerun conosciuto in Marocco, ad un certo punto mi lasciò un foglietto con dei versi a cui non diedi inizialmente importanza. Poi ripensandoci mi accorsi che quei versi erano molto incisivi, da quelle poche parole “mon père ed ma mère se sont connus dans la galère”, (mio padre e mia madre si sono conosciuti in galera) arrivò irresistibile lo spunto per una melodia. Appunti di viaggio che al momento opportuno ti danno l’ispirazione.

La musica unisce, fonde le culture ed i popoli. Oggi però viviamo in un periodo dove invece di fare tesoro delle diversità tendiamo a dilatare le distanze. In un tuo brano “viva chi non conta niente” dici: “viva l’arte che si ribella sennò l’arte che ci sta a fare”.
Innanzitutto sono felice di questa domanda visto che fa riferimento ad un nuovo brano che ho eseguito solo dal vivo qualche giorno fa e mi fa piacere che quel messaggio arrivi nella giusta direzione. “Viva chi non conta niente” è una frase che non l’ha detta mai nessuno. E’ un esempio classico di come la musica e l’arte in genere riescono a ribellarsi. Le stesse devono andare a passo con i tempi e quindi riuscire a sovvertire le logiche.
L’arte ha la capacità di sottrarsi ai dettami politici o di opportunismo politico in genere. E’ libera. Se io incontro in Africa un ragazzo che mi conquista con la sua arte, non mi lascio condizionare dai pregiudizi, la mia arte prevale perché non deve dar conto a nessun padrone, come lo è stato sempre nei secoli.
Non mi voglio arrogare il titolo di artista ma gli artisti ai quali mi sono ispirato sono sempre stati quelli che hanno sovvertito i tempi. Potrei citare Bob Dylan, The Beatles e per quanto riguarda l’Italia tanti, ma soprattutto Domenico Modugno, il quale arriva a Sanremo nel 1959 e canta “ciao ciao bambina” in un modo completamente nuovo che segna e dipinge un’epoca. In questo senso l’arte ha la capacità di sovvertire delle logiche tigre e ripetitive che sono quelle della storia della politica.

Una curiosità, sei laureato in fisica come mai hai poi dirottato verso materie umanistiche.
Io vengo dal liceo classico e sono molto cultore delle materie umanistiche. Scelsi di fare fisica perché era una delle facoltà più sintetiche. Siccome all’epoca già suonavo mi accorsi che fisica presupponeva poco aspetto mnemonico, il tutto si sintetizzava in poche formule da capire e comprendere. Ho scelto fisica, l’ho portata a termine anche perché volevo far contento mio padre. Mi è comunque tornata molto utile perché svela dei meccanismi di ragionamento, di sintesi, che sono straordinari. Mi spiace averla un po’ abbandonata anche se la porto sempre dentro. Nella musica, grazie a questi studi in ogni nota che scrivo spesso ritrovo delle motivazioni di logica. La differenza fondamentale è che mentre da una laurea in fisica esci sapendo che un problema ha sempre una soluzione, a meno che non sia posto male in musica la soluzione non c’è. Non c’è nessuna regola che te la può dare.

Al massimo la soluzione può essere nel nostro orecchio o nel nostro modo di ascoltare.
In tanti anni non ho mai trovato una regola con cui dire adesso scrivo una bella melodia, viene all’improvviso ed è quasi come un incidente di percorso.

Nel 2000 fondi a Bologna la scuola di danze popolari del Mediterraneo. Come mail a scelta di Bologna?
Bologna è una città attenta a quello che succede, multietnica e l’ho ritrovata così anche l’altro giorno, in occasione del concerto al Bravo Caffè. Nel 2000 il tutto è partito da ragazzi meridionali che a Bologna vivevano una dimensione nuova e che per la prima volta erano fieri della propria appartenenza. Questo processo è avvenuto un po’ ovunque, anche in Europa ma l’avvio è stato a Bologna.

Ci incuriosiva: come mai non in una città del sud?
Per non dare un senso provinciale a questo movimento. In una città del sud quella cultura è già presente anche se un po’ messa da parte. L’importante è vivere oggi in una situazione cosmopolitica. Pensa che anche Taranta Power, parte da un tour nei centri sociali del nord. Abbiamo portato i vecchi cantori della tarantella del Gargano e i maestri della pizzica, in tour a partire dal Leoncavallo di Milano al Livello 57 di Bologna. I luoghi più estremi dell’aggregazione giovanile alternativa dal nord e ci tenevamo che dal nord partisse questo movimento proprio per allontanarlo dal clima di sagra paesana. Siamo partiti col piede giusto.

A cosa stai lavorando attualmente?
Prima hai citato un brano che ho appena finito di scrivere. Sto scrivendo altre cose su questo argomento. Oggi l’importante è fare una musica che rappresenti l’emarginazione, che non sia però vittimismo.

Luca Ruggiero

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