Il Sanremo di Achille Lauro

Il Festival di Sanremo da quasi tre generazioni, per 5 giorni all’anno, tiene incollati alla TV milioni di telespettatori. Un festival al 100% italiano, che rappresenta la nostra cultura e nazionalità, accolto dalla popolazione come una vera e propria festività. 

Le edizioni precedenti, quelle che i nostri genitori ricordano, proponevano un festival diverso: la proclamazione della più bella canzone italiana era spoglia della spettacolarità di oggi, e le esibizioni erano incentrate sulla musica, sul testo, e sul suo significato. 

Da qualche anno a questa parte, però, quel palcoscenico ha cambiato forma, è diventato una performance vera e propria, e l’avanguardista di questo cambiamento è il tanto conosciuto quanto criticato Achille Lauro. 

Le case di moda, ormai, pubblicizzano le proprie creazioni attraverso queste performance, sostituendole, come impatto mediatico, alle usuali sfilate, trasformando gli artisti in modelli e icone del proprio stile. Gucci è una di quelle, che ha eletto Achille Lauro come volto e simbolo del messaggio che vuole trasmettere. 

La musica, quindi, si trasforma e non è più il solo ascolto ma diventa tangibile, materiale, uno spettacolo che coinvolge tutti i sensi. 

Achille Lauro non vuole incarnare un personaggio, ma l’essenza della musica, dei suoi generi, sfaccettature e sottoculture. Lui con le esibizioni di quest’anno non fa musica, vuole essere la musica, non imitando un personaggio, ma concretizzando l’immateriale significato e contesto di cinque generi musicali.

Di fatti, nella prima serata del festival sale sul palco vestendosi del Glam Rock, con lustrini, tacchi, unghie colorate, piume, spalline e trucco esagerato, con l’atteggiamento androgino che contraddistingue lui e il genere. 

Sono la solitudine nascosta in un costume da palcoscenico. Sessualmente tutto. Genericamente niente”. 

Questa è parte della citazione con cui introduce la sua performance, in cui incarna un intero movimento di rivolta degli anni 70 inglesi. L’apparenza lussuriosa e glitterata nasconde in realtà un’anima gentile, è una maschera eclatante che copre la solitudine. 

Il rock ’n roll, invece, è il tema della seconda performance, genere contraddistinto da una ricerca di libertà politica e sessuale, un grido al lasciarsi andare, che prende la voce di Mina, icona della musica italiana ma con un’anima rock. È reinterpretato da Lauro con una parrucca dalla lunga treccia color magenta, colore utilizzato in tutte le performance e che rappresenta la femminilità pura. Claudio Santamaria e Francesca Barra ballano il twist, dando corporeità alla sua musica, prorompente e sensuale, in contrasto con la ricerca di interiorità, spirituale, presentata nella prima performance. 

Divento banale, mi riducono ad un’idea. Antonomasia di quelli come me. Rinchiudere una persona in un disegno ma io ero molto di più. 

Viene introdotto così il Pop, e lo rappresenta diventando una statua, un mero abbellimento; l’artista pop diviene banale, incompreso dietro la superficialità del genere, destinato ad un pubblico popolare, di massa. Lo disegna attraverso Penelope, una figura della mitologia greca, simbolo di una donna assoggettata all’uomo, che non può più parlare. Achille Lauro diventa la sua voce, che grida contro una mascolinità tossica che impone alle donne un ruolo a loro designato, privandole della libertà, rendendole così un oggetto. 

Nella quarta esibizione Lauro si veste del Punk Rock, sottintendendo un romanticismo rappresentato dall’iconico e discusso bacio col suo chitarrista: in un momento storico in cui le distanze si allungano ad un metro, l’annullamento di questa distanza fa scalpore. Indossa un vestito da sposa bianco di piume, simulando un matrimonio, e le calze a rete, segno di “una donna che si lava dal perbenismo e si sporca di libertà”. La libertà, un concetto forte che rappresenta anche imitando l’atteggiamento di questa figura astratta per com’è dipinta in “La libertà che guida il popolo”, di Delacroix.

La sua performance ha un valore aggiunto essendo presentata sul palco di Sanremo, dove la figura della donna era stata semplicemente una cornice visiva al presentatore principale, uomo, e quindi relegata ad un ruolo marginale. Oggi, invece, sta cambiando, diventando protagonista dell’evento stesso. 

Nella sua ultima esibizione confluiscono tutte le altre, si libera delle maschere che aveva indossato, mostrando la fragilità dell’essere umano, del singolo e dell’umanità, ferita dalla violenza delle parole, simboleggiata dalle rose. Lauro è l’emblema della convergenza di due opposti, individuale e universale, maschile e femminile, rappresenta sé stesso, ma anche gli esseri umani, concludendo con un discorso che invita a sentirci tutti uguali, invocando una solidarietà collettiva; peccatori, santi, uditori, attori, tutti che camminano verso la strada del Paradiso e che sperano nella benedizione di Dio. 

Natalia Turco, Margherita Guida, Liliana Romanovych © Copyright Backstage Press. All Rights Reserved

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