Subsonica, un equilibrio dettato dalla nostra musica

Dopo una prima parte tutta europea, il vostro tour arriva in Italia. Come mai la scelta di partire dall’Europa e cosa dobbiamo aspettarci in questi concerti?

Il disco è uscito in un periodo, a cavallo tra estate e l’autunno, per cui dovevamo aspettare un po’ per preparare la tournée. 

In questo lasso di tempo abbiamo pensato, insieme al gruppo che lavora con noi, di iniziare dall’estero creando una sorta di war map di preparazione per i concerti nei palazzetti in Italia.

Sono più di dieci anni che suoniamo fuori dall’Italia, girando per club europei e c’è tantissima gente che aspetta i Subsonica. Abbiamo preparato una scaletta mista, contenente oltre ai nostri brani storici anche dei brani del nuovo disco e siamo ripartiti. 

Erano più di tre anni che non suonavamo insieme, ed abbiamo utilizzato questi concerti proprio per rincontrarci e ricominciare a suonare. 

All’estero, in genere, si suona in dei club che hanno degli spazi molto piccoli rispetto ai palazzetti che utilizziamo in Italia. Per cui è stato ideale trovarci in quella situazione. 

Tornando al tour italiano, abbiamo strutturato questo spettacolo in modo molto ambizioso. Un palco completamente in movimento, ed è il primo del suo genere, mai usato in Italia. Sarà uno spettacolo molto entusiasmante sia da vedere che da vivere. Ogni elemento del palco si muoverà insieme al gruppo e insieme al pubblico. In modo che esso sia sempre in movimento ed interagisca con la nostra musica.

Quindi partire dall’Europa per portare nuove idee nel vostro progetto e non per in qualche modo “boicottare” l’Italia che non sempre è aperta a certi tipi di musica.

No assolutamente, noi siamo italiani e ogni nostra esperienza parte dall’Italia. Semplicemente abbiamo avuto del tempo libero prima della grossa produzione preparata per l’Italia ed intanto abbiamo dato tempo al disco di arrivare alle persone.

Qui in Italia si deve arrivare sempre con l’etichetta di qualità e di garanzia.

Eh si, però più che altro volevamo che il disco arrivasse al cuore, che fosse interiorizzato.

Il nostro pubblico e la nostra forza è in Italia, siamo italiani e scriviamo in italiano e per noi l’Italia è importante è il luogo che ci ha generato e formato.

Siamo torinesi, nel dna abbiamo tutta l’Italia. Sentiamo il peso di essere italiani e di scrivere in italiano.

Il partire dall’estero è stata semplicemente una scelta di tempistica, una voglia di cominciare a suonare il prima possibile.

Otto le città toccate dal tour, otto è il titolo dell’album, otto gli album che avete pubblicato. Questo numero tanto ricorrente, nasconde anche dell’altro?

L’otto è un numero molto simbolico, nell’otto c’è il segno dell’infinito e quindi il concetto che il tempo in qualche modo scorre e automaticamente ritorna.

In questo album, se si ascoltano le parole spesso ritorna il termine “tempo”. Il concetto del tempo che scorre, del tempo che ritorna. L’otto in certe culture orientali va a dare il senso dell’equilibrio. Due cerchi che si toccano nel centro. L’equilibrio risulta essere una cosa fondamentale per un gruppo di cinque persone con un carattere molto forte come il nostro. 

Tutti questi elementi  e in più il fatto che è il nostro ottavo album ci ha spinto a scegliere “8” come titolo.

L’ album arriva dopo quattro anni di percorsi personali. Durante questo tempo cosa è cambiato nel vostro modo di scrivere e di comporre?

L’essere in gruppo non è cosa facile, soprattutto dopo tanti anni, il nostro è un gruppo molto longevo. Vent’anni, le stesse problematiche relazionali, gli stessi dubbi, le stesse necessità umane ed emotive. Quindi abbiamo messo a punto questo meccanismo di riciclaggio di noi stessi che ci ha permesso di fare delle cose soliste, delle cose personali.

Quindi avete messo insieme le vostre esperienze personali in questo album?

Assolutamente si, in questi momenti ognuno di noi ha fatto evolvere la propria esperienza creativa e poi quello che ne è stato il risultato automaticamente è stato portato all’interno del gruppo da ognuno di noi. Senza dubbio c’è stata una forte crescita. 

Dove c’è crescita, sperimentazione, libertà, tutto si trasforma in una grande forza creativa. Sicuramente il nostro essere da soli in certi momenti della nostra vita ha portato linfa nuova al gruppo.

Nel brano “l’ incubo” si vede la partecipazione del rapper Willie Peyote. Come mai la scelta ricade su di lui che è un rapper,  apparentemente molto lontano dal vostro modo di far musica?

A livello di linguaggio, il rap, è sicuramente un linguaggio diverso, come mezzo di comunicazione. Noi arriviamo dall’elettronica e caratteristiche diverse su determinati  suoni. Le distanze e le differenze però a volte fanno forza, ti danno la possibilità di interagire ancora meglio. Quello che c’è di simile tra noi e lui è la poetica dell’immaginario. 

Intorno a lui e a noi all’epoca si era creato un mondo immaginario che fondamentalmente abbiamo sempre vissuto. Questa cosa ci ha spinto ad incontrarci e a conoscerci. Essendo sia noi che lui di Torino non abbiamo avuto molte difficoltà logistiche. E’ stato facile discutere, incontrarci e trovare punti di intesa ed è venuto naturale chiedergli di realizzare questo brano insieme.

Adesso Willie è con noi nel tour e gli abbiamo dedicato parte del concerto, infatti  sarà sul palco con noi per tre brani.

Respirare?

E’ l’episodio più Samuel di tutto il disco, si sente che arriva dal mio mondo creativo. Però anche qui l’interazione del gruppo è fondamentale. Sicuramente questo brano se lo avessi fatto da solo nel mio album solista sarebbe stato diverso.

Quindi alla fine in un gruppo è importante il confronto e lo scambio di idee ed è importantissimo restare in equilibrio anche se si lavora sull’idea del singolo.   

Bottiglie rotte? Quel passaggio del brano: “chiedimi come stai?”

Oramai è una domanda che viene posta sempre più raramente

Tu come stai?

In questo momento sto benissimo. Dietro questa domanda si nasconde uno spaccato di quello che ci circonda oggi. Il modo che gli esseri umani hanno oggi di vivere è diverso da quello che avevamo noi. Per cui l’utilizzo delle tecnologie, i social per intenderci, hanno in qualche modo spostato l’interazione umana su un livello diverso. E chiedere “come stai”? Dietro lo schermo di un telefono risulta essere difficilissimo e quasi mai lo si fa. I rapporti sono molto più diretti e veloci.

Arrivi subito al punto per il fatto che non c’è la presenza fisica delle persone.

In questa canzone si racconta un po’ questa velocità emozionale che per alcune persone è un po’ difficile da vivere.

Avete recentemente annunciato la riapertura del vostro profilo MYSPACE. Siete stati tra i primi  ad avere un sito web. Come mai oggi questa scelta un po’ controcorrente rispetto al mondo dei social attuali?

E’ stato un gesto provocatorio. Noi abbiamo sempre usato la rete, siamo stati tra i primi ad utilizzarla, come mezzo di rapporto con la nostra musica e siamo stati il primo gruppo italiano ad avere un sito.  Il primo gruppo italiano a postare un mp3 in rete se non addirittura tra i primi al mondo.

Ciò perché nel nostro gruppo abbiamo il batterista che è un ingegnere informatico. Per cui internet lo abbiamo utilizzato da sempre. My Space è stato il primo esempio di social network, uno spazio multimediale dove si poteva in qualche modo raccontare i propri gusti. Lo abbiamo utilizzato fin da subito, avevamo le nostre pagine e postavamo le nostre cose, ma all’epoca i più non erano pronti. Lo sono diventati con l’avvento di Facebook che ha completamente soppiantato e cancellato My Space.

Quella di oggi è una provocazione per raccontare che anche in rete il tempo passa e succedono delle cose. Qualche anno prima c’era My Space ed oggi c’è Facebook. Una provocazione ma anche un divertimento per andare a rispolverare quei reperti di storia digitale.

Sanremo 2017 col brano “vedrai” come solista. Pensi ad un ritorno con i Subsonica?

Questa è una domanda molto difficile a cui rispondere, perché i Subsonica hanno una creatività che non segue i dettami di una manifestazione come Sanremo. Per andare a Sanremo devi in qualche modo avere un progetto. Devi avere un brano che vada a parlare e possa stare bene su quel palco, mentre noi specie negli ultimi anni abbiamo creato un percorso molto legato alla nostra sperimentazione. Sarebbe poco intelligente e poco rispettoso anche per quel palco andare a raccontare un mondo per cui bisogna perderci del tempo. La vedo complicata, che i Subsonica tornino su quel palco, però non si può mai dire. La prima volta che ho detto sarà difficile che andremo a Sanremo è stato nel 2000 e poi poco dopo ci siamo andati, qualche mese prima di andarci da solo avevo detto la stessa cosa….

Quindi non c’è due senza tre?

Magari!

Dopo queste otto tappe ci sarà un continuo?

Certo che ci sarà un continuo ed in particolare al Sud. Noi siamo del sud, il sud fa parte di noi. Siamo nati al Nord ma dentro di noi scorre il sangue del Sud. Per lo spettacolo che stiamo portando in giro ora c’è la necessità di luoghi e spazi con un certo tipo di capacità e quindi è più facile portare in giro questo spettacolo iniziando dal nord e dal centro per poi utilizzare gli spazi all’aperto d’estate che ovviamente sono quasi tutti al Sud. Questa estate la seconda parte della tournée sarà incentrata in luoghi meravigliosi che abbiamo in Italia e che guarda caso sono quasi tutti al Sud.

Michela Campana e Alfonso Papa © Copyright Backstage Press. All Rights Reserved

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