Teresa De Sio, il mio puro desiderio e la mia musica da brigantessa.

Puro Desiderio, un lavoro che svela un mondo musicale molto intimo e poetico rimasto a lungo nascosto. Come mai la scelta di svelare questa tua intimità?

Intanto il tempo cambia spesso le cose, cambia le carte in tavola, le esperienze che si fanno, la vita che si attraversa e che chiaramente in qualche maniera ti cambia e ti porta su strade differenti.

Ph: Simone Cecchetti

Sono sempre stata accusata come una cantautrice di canzoni rivolte alla socialità, al sociale, alle vite degli altri, alle cose della nostra storia. Tutto questo mi ha procurato l’appellativo di “brigantessa”, che per altro io mi prendo con gioia.

In questi ultimi anni ho attraversato un periodo triste della mia vita. Con delle perdite, dei lutti, degli abbandoni e tutto questo mi ha portata a fare delle nuove riflessioni su me stessa e sulla mia scrittura, infatti ho scritto pochissimo, quasi niente, se vi ricordate il mio disco precedente è stato “Teresa canta Pino”, un disco di reinterpretazione di alcuni classici di Pino Daniele.

Periodo buio che ti ha portata a non scrivere, ma questo periodo ti ha riportata a scrivere le belle cose che ci regali oggi.

In quei momenti ho pensato che se quello che potevo dire non era più bello del silenzio sicuramente era meglio il silenzio. Quindi sono stata zitta come autrice.

Poi le cose cambiano e un giorno si è riaccesa la lampadina della vitalità, della creatività e mi sono trovata catapultata in un mondo creativo differente ed ho deciso di sperimentarlo.

Quasi tutti hanno scritto canzoni e parlato di sé e dei propri sentimenti, io invece non lo avevo mai fatto e in questo senso il mio disco si rivela puramente autobiografico.

E’ un disco dedicato all’amore e ai sentimenti.

In questo disco si nota anche una rivoluzione musicale, partita da te o proposta dall’esterno?

Queste nuove sonorità contenute nel disco lo rendono diverso non soltanto per i testi e per i racconti ma anche per la musica e per gli arrangiamenti.

Devo molto al mio produttore Romeo Grossoed al mio arrangiatore Francesco Santaluciache mi hanno accompagnata in questa ricerca di sonorità nuove con grande entusiasmo e spingendomi molto.

Ascoltando la scrittura dei pezzi abbiamo capito che il vestito sonoro degli stessi doveva esprimere una grande novità.

Ti sei tenuta molto a passo con i tempi.

Spero di essere riuscita a fare un disco contemporaneo da un punto di vista musicale e sentirtelo dire mi fa molto piacere in quanto significa che sono riuscita nel mio intento.

Davvero molto bello e totalmente diverso dai precedenti. La nostra incognita è: tutto frutto di Teresa o c’è l’influenza di qualcuno?

E’ difficile che mi si possa piegare a fare qualcosa.  Sono stata molto supportata da queste persone e dai musicisti che hanno suonato con me ma ovviamente è una direzione scelta da me.

Tu sei una sperimentatrice sei sempre stata aperta a cambiamenti.Hai mai avuto paura delle tue scelte musicali?

Non ho fatto un percorso rettilineo.

No io non ho paura di niente. Una volta Brian Eno, con cui ho fatto due dischi, mi disse: “guarda l’arte è l’unica situazione durante la quale il tuo aereo può precipitare e tu rimanere illesa”.

Sono rimasta illesa anche quando l’aereo è precipitato.

 In riferimento a Brian Eno a noi è piaciuta molto questa definizione che lui ha dato di te: “Non ho mai sentito una cantante suonare così tante note”.

Sono Inglesi, hanno un’essenzialità nel canto che è loro ed è molto bella. Chiaramente una voce come la mia che viene da tutta la tradizione italiana, ricchissima di note, quarti di tono come la musica popolare, ricchissima armonicamente, tutte caratteristiche che ti portano a cantare molto.

Lui era affascinato da queste cose e dal tipo di musicalità della mia voce.

Voce che a me sembra normalissima ma a lui sembrava chissà che.

Ti ha penalizzata essere donna nell’essere una “vera” musicista?

Che domanda…

Difficile?

La domanda è facile da fare è la risposta che è difficile da dare.

In linea di massima io non mi posso lamentare di come sono andate fin qui le cose della mia vita perché bene o male sono oltre trent’anni che faccio questo lavoro e riesco ancora a farlo e a vivere di esso, quindi vuol dire che è andata bene.

Certamente so che nei momenti in cui ho fatto delle scelte molto

Ph: Simone Cecchetti

estreme come quella di fare un disco con Brian Eno, dopo aver fatto dischi che contenevano canzoni pop e folk ma che automaticamente avevano una matrice etnica dovuta all’utilizzo del dialetto, so per certo che queste scelte, fatte da me, essendo donna e quindi destinata ad un tragitto quasi prestabilito, sono state molto criticate e per certo so che se le avesse fatte un maschio sarebbero state osannate.

Questo lo so per certo anche perché si pensa che a noi donne è dato esistere attraverso il corpo, ai maschi è dato esistere attraverso il pensiero. Se una donna ha anche un pensiero musicale diventa strano.

Se ci pensi nel nostro paese tutte le grandi interpreti, quelle di maggiore talento e successo, sono persone che cantano canzoni scritte da uomini e questo le sdogana, le sdogana dall’essere donna e quindi di essere attraversate da un qualcosa che è il soffio divino della parola maschile e dunque trova la vita. “Altrimenti sarebbe creta”.

Dieci tracce nelle quali si alternano parti in lingua italiana e parti in dialetto. Perché questo continuo mescolare?

Io sono italiana e sono napoletana, quindi mi pregio e mi fregio di parlare benissimo queste due lingue.

Non vedo perché non dovrei adoperarle tutte e due, anche insieme, anche mischiate insieme.

In realtà non l’ho mai fatto in passato, infatti ho scritto sempre o solo in italiano o solo in napoletano. Il vento del sentimento che mi ha spinta in questo disco mi ha impedito di fare delle scelte troppo razionali e mi sono molto lasciata andare all’emotività. Alcune cose emotivamente funzionavano in napoletano mentre altre funzionavano in italiano e quindi mi sono lasciata andare a questa cosa qui.

Devo dire che sono molto contenta di averlo fatto, di essere stata meno severa in questo senso nella selezione della lingua.

Nel brano “quante nuvole” utilizzi il solo napoletano, come mai?

E’ nato così, i pezzi nascono in un modo e l’unica cosa che non si deve mai fare è quella di tradurli, c’è una naturalezza nella scrittura che mi porta nella scelta dell’italiano o del napoletano e non è una scelta, apriori, fatta a tavolino. Certe cose non si possono scegliere.

Poi nel pezzo c’è una citazione di Eduardo De Filippo “…cosa dicono oggi le tue voci di dentro…”.

E quella li è un’anima napoletana.

Modugno?

Modugno è il canto per eccellenza, che pure c’è in questa canzone…soprattutto negli incisi dove si apre, sostenuta dagli archi, dai violini ed è molto struggente. E’ quasi un grido.

Diciamo che mi sono ispirata a due “personaggetti” importanti.

“Sarebbe bellissimo”, cancellare il passato e riscriverlo perdonandoci. Quante cose hai cancellato del tuo passato e quante di esse hai riscritto nel modo corretto.

Intanto stiamo parlando di una canzone che dice: “sarebbe bellissimo poterlo fare”, ma in realtà è difficilissimo farlo.

E’ anche una canzone che ha a che fare con il ricordare, con i ricordi ed io sono un po’ contraria ai ricordi. Nel senso che ci sono i ricordi belli di cose che sono finite ed è inutile ricordarle perché ti fanno soffrire. Ci sono i ricordi brutti che è inutile ricordare perché sono brutti e quindi perché rievocarli?  Poi ci sono i ricordi inutili che essendo inutili che caspita te li ricordi a fare?

Quindi sarebbe bellissimo ma è difficile farlo.

“Lasciando il cuore libero come lo trovasti tu”. Sarebbe bellissimo anche questo.

Eh si, sarebbe bellissimo poter lasciare il cuore libero ogni qualvolta qualcuno ti abbandona, come era stato trovato, poi era stato occupato e poi era stato abbandonato.

“L’amore l’attimo e il treno”, racconta di una tua storia d’amore?

Certo, che è stata la fonte delle mie sofferenze degli ultimi due anni.

“Il pane della domenica”. Pensi che oggi la società sia vittima del consumismo?

Siamo tutti vittime del consumismo chi più e chi meno. Sia chi ha più consapevolezza e crede di essere più figo degli altri nel riuscire a sottrarsi a delle regole collettive che ci vengono imposte, sia chi è più ingenuo e se le becca in piena faccia.

Il pane della domenica è la capacità di valutare anche quello che oggi è svalutato, che sembra da buttare via. Nella tradizione il pane la domenica non veniva fatto e quindi il pane della domenica era il pane del giorno prima, quindi era il pane duro, il pane avanzato.

Si mangiava il pane avanzato e mangiare il pane avanzato è il gesto più anticonsumistico che esiste.

In questo brano rispetto agli altri aggiungi anche una nota politica?

Politica mi sembra una parola grossa, anche perché è come nominare il nome di Dio invano.

La politica esiste? Tu in tutta consapevolezza mi puoi dire che la politica esiste? Ci sono delle canzoni in questo disco come “il pane della domenica” ma anche come “certi angeli” che sono delle canzoni che si affacciano sul sociale, su dei temi che possono essere condivisi sul piano sociale. Certi angeli parla degli ultimi, parla dei tartassati, dei poco amati, degli abbandonati, dei carcerati, degli emigrati e quant’altro c’è nell’elenco che io canto. Ma non sono canzoni rivolte alla politica, la parola politica mi suona strana a meno che noi non accettiamo il vecchio adagio per cui ogni gesto personale è anche un gesto politico.

Tu sei più per i gesti personali?

Ho un passato abbastanza politicizzato, ma le delusioni sono state molto cocenti e in questo momento non saprei quale partito potrebbe incarnare la mia visione del mondo. Per cui in questo momento io parlo a tutti. Come diceva Matteo Salvatore:“Se avita capisciuta avita capisciuta e se n’ avita capisciuta nun capiscete chiu’”.

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