Francesco Pellegrino, la mia musica è la mia terra

Ph Karen E. Reeves

Visto che non vivi in Italia da molti anni Com’ è il rapporto con le tue origini?

E’ un concetto che riassumo con una frase: mi sono semplicemente allontanato fisicamente dalla mia terra. Tengo a chiarire ciò, visto che spesso mi viene rimproverato, anche da amici di essermene “andato”.
Mi sono solo allontanato. Se poteste vedere il mio studio, potreste notare che sono circondato da libri della nostra cultura, di maschere, di foto di Maddaloni, quadri di Artisti locali. A me non manca la mia terra perché la vivo spiritualmente e la porto in giro Musicalmente. E’ sempre con me nei concerti.

Il tuo pubblico è formato principalmente da emigranti italiani o ci sono anche persone del posto?

Circa l’ottanta per cento del pubblico è anglo, un dieci per cento è misto e un dieci per cento sono italiani.
Ad ogni concerto offriamo sempre un libretto di sala con il testo originale ed il testo tradotto in inglese e ogni singolo brano, anche quelli semi sconosciuti sono spiegati dettagliatamente, almeno per quello che si può ritrovare.

Non solo musica tradizionale napoletana, ma di tutto il sud. Giusto?

Il nostro repertorio comprende parte di canti tradizionali di quasi tutto il sud, non a caso uno dei prossimi progetti sarà sui canti della terra e del mare di Sicilia.

Canti tradizionali siciliani, quindi ti devi spesso confrontare anche con i vari dialetti del sud?

Lo sto già facendo anche con buoni risultati, almeno stando a quello che mi dicono alcuni amici siculi.

Frequenti degli studi appositi o sei autodidatta?

Riesco ad assorbire molto bene le inflessioni e poi ovviamente c’è un discorso legato alla dizione. Per cui da cantante lirico la dizione in qualche modo mi e` familiare.

Possiamo dire che hai la musica nel sangue?

Posso raccontarvi un aneddoto: ero piccolissimo 6-7 anni e già cantavo sempre per casa ed una volta mio padre, mi disse: ma allora tu vuoi fare il cantante? Ed io, senza esitazione, risposi: io non voglio fare il cantante, io sono cantante.

Avevi già le idee chiare?

Su questo mi ritengo fortunato, sono nato per cantare e per interpretare. Questa è una grande fortuna perché ci sono tante persone che spendono una vita intera nel capire cosa vogliono fare, mentre io l’ho sempre saputo.

Nel fare musica, lo studio è una cosa fondamentale?

Per fare la musica bisogna avere talento e il talento senza studio è un talento inutile.

Quindi talento in primis e poi studio?

Lo studio come disciplina è fondamentale.

Ma lo studio inteso come scuola o anche da autodidatta?

Purtroppo oggi c’è una situazione un pochettino diversa da quando io ero giovane studente, perché con l’uso del computer e di internet, tutti pensiamo di saper tutto ma alla fine non sappiamo niente.
Ci sono delle discipline per le quali non ti puoi improvvisare. La musica è una di queste ed in particolare lo è ancor di più la musica antica.

Non si finisce mai di studiare?

Assolutamente, lo studio in qualsiasi disciplina d’arte è infinito. A volte quando mi capita di essere in alcune biblioteche tipo i Girolamini a Napoli, o la biblioteca del Conservatorio San Pietro a Maiella che sono gli scrigni della musica napoletana barocca del ‘700 sono felice, però subito dopo mi avvolge un velo di tristezza perché penso che non potrò mai avere accesso, in questa vita, alla conoscenza di una benché minima parte di quello che è contenuto li dentro.
La musica antica necessita di uno studio meticoloso che richiede grande competenza per riconoscerne le differenze.
Nel mondo ci sono tantissimi scritti di musica conservati in importanti centri o biblioteche, che probabilmente non verranno mai eseguiti, si pensi ad esempio alle tantissime Chiese che ci sono in Italia all’interno delle quali vi erano i maestri di cappella che scrivevano le musiche per i vari cori. Anche la Real Cappella del Tesoro di San Gennaro era una di queste dove tantissimi compositori napoletani eseguivano i loro brani.
Ho avuto la fortuna di cantarci in quella cappella, abbiamo fatto dei concerti nel 2013, suonando anche nelle catacombe di San Gennaro e a Capodimonte, grazie al caro Giuseppe Balsamo che organizzò il tutto.

Ti occupi di musica tradizionale, come interprete. C’è differenza nell’esecuzione di tale tipo di musica rispetto agli altri generi?

Quando si canta un repertorio o un genere come può essere la musica tradizionale o il Barocco ed in particolare il Barocco Napoletano c’è una questione stilistica da seguire. Quello che posso mettere di mio è il colore della mia voce e la personale interpretazione sempre legata a canoni stilistici.

Riguardo alla musica napoletana, si sente spesso parlare di musica napoletana antica, musica napoletana moderna. Esistono davvero queste differenze? 

Per me la musica napoletana è una sola, che parte dal 1200 fino ad arrivare a Pino Daniele. Dico questo perché si è sempre adattata ai tempi. Fare delle distinzioni è quasi un qualcosa di riduttivo, la musica napoletana è una sola. Attualmente uno che si potrebbe definire musicista di cose “napoletane” come creatività, composizione e continuità è Daniele Sepe. Se nel ‘500 si cantavano le Villanelle oggi si balla e canta il Capitan Capitone di Sepe.

Quindi anche dal Canada segui le vicende musicali dell’Italia?

Certamente, mi nutro di musica, non esiste la musica con la “M” maiuscola o minuscola, esiste la musica. Esiste la musica che sono suoni ed esiste la musica che sono rumori. Dipende dai gusti….Ma è sempre musica. Senza distinzioni cerco di ascoltare e seguire tutto quello che succede nella Napoli di oggi.

Tu insegni?

Ho uno studio privato con tanti allievi, ho insegnato all’università di Toronto, alla Facoltà di Musica. La mia forse è stata l’ultima generazione ad avere avuto insegnanti di alta scuola legati a quelli di fine ‘800 e dei primi del ‘900 e non parlo solo del Maestro Carlo Bergonzi. Ho studiato con il Maestro Aladino di Martino, uno dei caposcuola della composizione napoletana insieme a Jacopo Napoli.

Avevo 18-19 anni prendevo il treno da Maddaloni e arrivavo a Napoli centrale, prendevo la metropolitana fino a Montesanto, poi la funicolare fino al Vomero ed infine camminavo 10 minuti per arrivare alla casa del Maestro. Molte volte i soldi che papà mi dava per la lezione li usavo per comprarmi i vinili alla Pignasecca, arrivato su dal Maestro bussavo alla porta e dicevo: “Maestro oggi purtroppo non tengo soldi” e lui diceva: “nun te preoccupa’ trase, ‘A semmana prossìma puorte ‘a chitàrra, cantàme fenesta  vascia e stamme pacè”.

Non badava ai soldi, badava al talento.

Arrivare alla Scala è stata la realizzazione di un sogno?

Quando sei in un viaggio non pensi mai di essere arrivato ad una destinazione, ma solo al fatto di godere il viaggio. Quando ero in Scala mi rendevo ovviamente conto di essere nel teatro d’opera per eccellenza, ma non l’ho mai visto come punto di arrivo.

Prossimi Progetti?

A maggio termina l’attuale stagione, ad ottobre riprenderemo con la prossima e stiamo già preparando un programma dedicato alle villanelle, alle tarantelle e ad alcune cantate napoletane. Con gli amici musicisti del Vesuvius Marco Cera e Lucas Harris abbiamo tante idee per futuri programmi, uno un tantino ambizioso legato alle pitture di Carlo Levi del suo Capolavoro Cristo si è fermato a Eboli.

Michela Campana © Copyright Backstage Press. All Rights Reserved


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