Alex Britti, tra il Tevere e il Blues…ci passo IO.

In missione per conto di Dio, al già collaudato duo con Max Gazzè si aggiunge un ospite speciale, il batterista Manu Katche. Come sarà questa nuova tornata di concerti?

Sarà molto improvvisata, abbiamo appuntato un minimo di traccia da seguire ma poi lasceremo molto spazio all’improvvisazione. Essendo una cosa che nasce per l’amore verso il blues e il jazz non ci siamo detti troppo, faremo come si usa fare nel blues e nel jazz.

Un 2019 ricco di live, come è per te stare sul palco e stare in mezzo al tuo pubblico?

Il palco, come lo studio di registrazione sono il mio habitat naturale. Sono i posti dove i musicisti “sguazzano” e si sentono al loro agio. Durante le due ore che trascorro sul palco a fare un concerto sto in “grazia di Dio”, mi diverto tantissimo.

Ti definisci un chitarrista ed autore solista, sei stato sempre deciso nelle tue scelte ed anche molto fiero. Però all’inizio hai avuto parecchi problemi, musicalmente parlando, per farti conoscere.

Problemi come tutti, quando sei sconosciuto devi forzare un po’ la mano devi cercare di emergere in qualche modo. Io ho fatto le mie scelte, sai quando ti dicono: devi fare la gavetta. In un certo senso non mi sento di aver fatto la gavetta. Quando si parla di gavetta pensi sempre a dei grandi sacrifici. Per carità, ci sono stati, però quando fai dei sacrifici per qualcosa che ti appaga e ti diverte non ne senti il peso. Qualsiasi lavoro comporta il fatto di dover fare dei sacrifici.

La mia gavetta è stata quella di andare a suonare nei festival blues, nei festival jazz, suonare tanto all’estero. Però per uno che ha, tra i 20 e i 30 anni stare in giro per l’Europa a suonare e a conoscere gente e culture diverse, da una parte può sembrare un sacrificio perché nel jazz e nel blues i soldi sono quelli che sono, non è che ne girano tanti e c’è da stringere la cinghia, anzi giri sempre con la cinghia stretta.

Però non te ne accorgi, perché ci sono tante altre cose che invece sono molto appaganti, ad esempio il fatto di salire su un palco dove non ti conosce nessuno, iniziare a suonare e essere acclamato non dai parenti e dagli amici del locale ma da gente che ti sente suonare per la prima volta.

Sono soddisfazioni ed è anche la scuola vera, perché una vera e propria scuola per suonare non c’è. Le scuole ti insegnano ad iniziare, come il conservatorio per la musica, come l’università per un medico.

Tu non hai fatto il conservatorio, vero?

No, io suono ad orecchio neanche leggo la musica.

Non la leggi la musica, non sei capace di leggerla?

No, non ne ho mai sentito l’esigenza. Da grande poi ho scelto di continuare a non studiare perché si suona in un altro modo. Chi non legge, suona in un altro modo, se non leggi è vero che non alleni l’occhio ma hai più allenato l’orecchio.  Hai un approccio più istintivo e meno ragionato.  Quando poi ero a un bivio ho scelto di non studiare, ho scelto così. Non penso che Jimi Hendrixabbia studiato musica e neanche Paco De Lucia.

Ma non è che sono più figo degli altri è soltanto una scelta per avere una propria e diversa modalità sonora.

Infatti hai una modalità sonora che poi ti contraddistingue dalle altre.

Spero di si. In un mio concerto, c’è sempre la canzone popolare arrangiata in un certo modo, suonata sempre in un modo distinto, dentro c’è sempre un po’ di jazz, un po’ di blues senza rinnegare assoli di chitarra e assoli di altri strumenti. Un concerto fatto da un musicista con musicisti che si mettono a disposizione per fare del pop.

Ma anche il pop non è l’unico punto di riferimento.

Prima parlavamo del concerto con Max, ad esempio con lui non è che ci siamo detti cosa fare o quante volte vederci o chissà quante prove fare.

Infatti nel precedente giro di concerti eseguivate le canzoni del lato c

Esatto, che sono quelle canzoni di cui noi siamo tanto orgogliosi ma che le case discografiche non ti danno mai il permesso per farle diventare dei singoli.

Noi faremo soprattutto quelle.

Ma questo fatto in missione per conto di Dio ricorda tanto chissà come mai i blues brothers

Chissà come mai (ndr ridendo), e certo riempiremo tutte le sale del paese “siamo in missione per conto di Dio”.

Siete due delinquenti allora? (scherzando)

E’ una situazione palese, certo, figurati. Siamo due delinquenti, sul palco. Assolutamente.

Chi è Jake e chi Elwood?

Non lo so, anzi si, noi siamo altri due. Siamo altri due Blues Brothers. Lo dicevamo sempre, ci prendevamo in giro, era un po’ il live motive quando suonavamo insieme negli anni 90. Avevamo questo trio, io, Max ed Antonio Santirocco alla batteria e suonavamo dicendo sempre per prenderci in giro, a volte per farci coraggio, dobbiamo arrivare -non lo so – da Roma a Potenza, siamo in tre, abbiamo una uno diesel e ci dobbiamo portare l’amplificatore e la batteria. Come facciamo? Vabbè dai tanto stiamo in missione per conto di Dio, in qualche modo si farà, intanto partiamo.

Facevamo queste transumanze, fa parte del gioco e anche del fascino dell’inizio di questo lavoro. Quando ripenso a quei periodi, eravamo squattrinati e veramente se sbagliavamo strada e sprecavamo benzina non avevamo neanche i soldi per arrivare alla destinazione corretta.

Quando ripenso a quei giorni e a quegli anni penso sempre a cose belle non mi vengono in mente cose negative. Penso sempre a quante risate ci facevamo, alle mangiate improbabili, alle avventure, al fatto che una volta in tre siamo stati capaci di mangiarci trecento arrosticini dopo una sagra durante la quale ci siamo esibiti in Abruzzo che poi avevamo fame e quindi quando trovavamo quei posti ove si poteva mangiare dovevamo approfittare perché poi per altri due o tre giorni chissà quando ricapitava di poter mangiare bene in quel modo. Ripensiamo sempre a quei giorni in maniera molto sorridente e divertente.

Fondamentalmente nel tuo modo di fare musica sei stato sempre molto semplice. La tua musica l’hai vissuta sempre nel quotidiano, non ti sei mai fatto problemi poco fa ci parlavi del fatto che con i tuoi amici ti divertivi nel fare musica. Non l’hai mai messa sul serioso?
Serioso no, però dipende, perché poi la musica fondamentalmente è un insieme di stati d’animo. Saper suonare uno strumento vuol dire saper ricreare degli stati d’animo, delle atmosfere. Quindi serioso ogni tanto si, perché ci sono delle cose suonate in minore, delle canzoni più allegre e spensierate e dei momenti più pensierosi. Quando poi te li giochi tutti è proprio il contrasto tra uno e l’altro che fa la differenza.

In un brano “in nome dell’amore”, dici “nato per lottare contro gli altri e con me stesso”. Cosa vuoi dire?

Esattamente quello che dico. Nel senso che per andare avanti, per confrontarsi con ogni giorno, con ogni domani devi lottare contro gli altri perché stai in un mondo che somiglia ad una giungla, si lotta pure per star in fila al supermercato.

Musicalmente parlando tu qui in Italia hai lottato molto?

Non mi andava di fare l’italiano, non mi andava di fare la musica italiana.

No perché sei stato definito un autore di canzonette, per quando poi non è così.

Non mi interessa per come mi possono definire. Quando diventi uno che comincia a vendere dischi così come sei amato, quando sei sul podio, non dico che sei odiato però invidiato. Quindi quello che prova un po’ di invidia ti comincia a dire la storia delle canzonette, però poi io rispondo: “magari averne le canzonette”.

E’ più difficile scrivere le cose semplici che le cose difficili, tanto quelle difficili non le capisce nessuno. Spesso ci si nasconde dietro certi atteggiamenti musicali anche nei testi. Testi troppo forbiti tendono a nascondere, dicono delle parole che danno un senso estetico a delle cose ma che poi in realtà non dicono niente.

Mentre invece è figo parlare a tutti. San Francescoscriveva “il cantico delle creature”in volgare umbro e non in latino. In quel periodo era sacrilegio scrivere in qualsiasi lingua che non fosse il latino e lui scriveva in volgare perché voleva arrivare al popolo, alla gente comune e non ai soliti quattro intellettuali.

Io non credo nei geni incompresi, mi piace arrivare, mi piace che quando dico una cosa la gente mi capisca e quindi devo parlare un linguaggio semplice. Le vuoi chiamare canzonette e chiamale canzonette. Ci ha pensato Edoardo Bennato, trent’anni fa, a prendere in giro i giornalisti che parlavano di canzonette.

“Oggi sono io”non mi sembra tanto una canzonetta, c’è un momento per tutto nella giornata o in una settimana di vita. A me piace il pesce ma non è che mangio il pesce tutti i giorni voglio pure mangiare qualche altra cosa e così in un disco.

La musica non ha appartenenze, non è come una squadra di calcio o una religione ove se sei di una squadra non sei di un’altra. A me se mi dicono The Beatleso Rolling Stonesio rispondo tutti e due. Perché devo scegliere? A me piace James Brown, Miles Davis, The Beatles, Pino Daniele, Rino Gaetano, Edoardo Bennato,mi piace la musica fatta bene. Se sono canzonette ben vengano.

Ritornando ad “Oggi sono io” che è stata anche interpretata dalla grande Mina. Prima che la pubblicasse l’avevi ascoltata? Hai dato l’ok?

In teoria si anche se questa cosa ancora mi fa ridere. Nel senso che lei ed il figlio – persone talmente carine- veramente hanno chiamato per chiedermi il permesso ed a me è sembrato di stare su scherzi a parte. Ma certo che ti do il permesso, anzi, grazie.

Altro pezzo molto profondo è “Perché”, dedicato alle donne e alla violenza sulle stesse.

Purtroppo la figura femminile viene vista non troppo di buon occhio, la donna spesso viene trattata in modo ingiusto. John Lennonci ha fatto una canzone “woman is the nigger of the world”, pensando proprio al fatto che venissero trattate come se fossero persone di serie b.

Tu che pensi di questa cosa?

E’ soltanto una questione di cultura e civiltà E’ vero che in Italia c’è ancora, purtroppo questa cosa, che si trova sia al nord che a sud. Quando pensiamo al nord non dobbiamo pensare solo a Milano. La Lombardia non è solo Milano ma è tantissime altre città, quando vai in provincia se ne vedono di realtà strane.

Ho scritto quella canzone quando stavo camminando per strada a Milano ed ho visto una scena di uno che picchiava una donna, di uno che prendeva a pugni in faccia una ragazza, sono saltato addosso a questo. Lui è scappato e lei l’ho portata ad un bar che era spaventata. Mi ha detto che quello era il marito, l’avevo allontanato ma poi la sera lei sarebbe ritornata sicuramente a casa dal marito. Molte donne, come quella ragazza, sono schiacciate economicamente e si ritrovano spesso a vivere situazioni tristi.

“Tra il Tevere e il blues”, quanto ci passa e cosa ci passa

Tra il Tevere e il blues ci passo io, era una sensazione meravigliosa di quando ero ragazzino.

Non potendo suonare a casa perché i vicini si lamentavano, abitando a Trastevere, la sera me ne andavo a suonare giù al Tevere, all’isola Tiberina, attraversavo il ponte e mi rifugiavo sotto di esso che c’era un bel riverbero. Io, la mia chitarra ed un paio di birre ce ne stavamo li tutta la notte fino a quando cominciava ad albeggiare, quello era il segnale per rientrare a casa.

Io suonavo blues ed ho sempre fantasticato come se quel fiume fosse il mio Mississipi. Guardavo il mio Mississipi e suonavo questo blues col sapore mediterraneo.

Sei mai stato a New Orleans?

No non sono mai stato negli Stati Uniti, perché non volo. Ho paura degli aerei, prima che smettessi quando ancora volavo non ero mai stato negli Stati Uniti poi ho smesso e non ci sono mai andato.

New Orleans è una tappa che bisogna fare

Non mi interessa, penso che per vedere quello che voglio vedere io negli Stati Uniti ci vorrebbe la macchina del tempo più che l’aereo.

Non è che è una scusa per giustificare il fatto che non voli?

Lo dicono anche gli psicologi, ma tanto James Brownnon c’è più, Hendrixnon c’è più Miles Davisnon c’è più che vado a vedere Beyoncee Rihanna?

Non ci stanno le eccellenze in giro a suonare.

Hoassistitoa tanti concerti di James Brown. Miles Davis l’ho visto a Roma, una volta a un concerto per duecento persone in una tenda all’Eur. Poi l’ho visto suonare dal vivo in televisione a “Doc” quando Renzo Arboreportava i musicisti fortissimi e li ci ho visto anche James Brown e quella volta suonavo  a Doc, ero ospite con il sassofonista Smithdei Colosseume il cantante Paul Jones. Li conobbi James Brown e tutta la sua band.

La sera stessa suonavo al Big Mama un locale a Trastevere ed è venuta a trovarmi tutta la band di James Brown, abbiamo suonato insieme e siamo diventati amici. Ogni volta che tornavano in Italia o in Europa mi rintracciavano e ci beccavamo e suonavamo.

Mai che sei andato tu in America da loro, sono dovuti venire sempre loro da te.

Per la realtà jazz, già negli anni 90, era meglio stare a Parigi che in America.

Tanti jazzisti americani si trasferirono a Parigi anche lo stesso Miles Davis ci ha vissuto per un periodo.

In Italia?

In Italia ci ha vissuto Chet Bakers.

Io lo andavo sempre a sentire a Trastevere, girava molto per locali specie negli anni 80.

Poi all’epoca il jazz non lo conoscevo, ascoltavo il blues, il rock e i cantautori. Però mi affascinava, è una roba che ho scoperto direttamente nei locali e Chet Bakers mi piaceva tantissimo.

Oggi come è cambiato il mondo musicale rispetto ai tuoi inizi? E’ cambiato, come è cambiato e se è cambiato in positivo o in negativo?

Ad essere cambiato è cambiato, positivo o negativo non sta a me dirlo, cambia la musica, prende sempre la forma del periodo a cui appartiene. Quindi ovviamente la musica di oggi somiglia a come viviamo oggi. La musica è sempre uno spaccato della società, uno spaccato della cultura, del sociale di quello che gira in quel momento.

Quindi adesso viviamo un’epoca che a me che sono più grande sembra forse un po’ più superficiale, ci lamentiamo perché i rapper e i trapper scrivono le cose frivole ma anche negli anni sessanta scrivevano “fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” non è che mi sembra sta botta di cultura.

Un po’ c’è sempre stato dipende a chi ti rivolgi, c’è sempre stato un pubblico più colto ed un pubblico nazional popolare, non c’è nulla di male anzi ben venga.

Cambia,però, la durata, oggi uno arriva fa e dopo cinque anni è sparito e non se lo ricorda più nessuno. Oggi tanti fanno un successo incredibile fanno ottanta milioni di fantastiliardi di visualizzazioni su Youtube e poi dopo quattro anni non vanno più di moda e non li si fila più nessuno. Questo mi spaventa e mi sorprende.

Tu invece che intenzioni hai? Stai lavorando a qualche nuovo album?

Tra un po’ vado a cena (scherza).

Beh non lo so che intenzioni ho, sono abituato a non programmare. Qualche anno fa sull’ultimo disco o due mezzi dischi sono tornato a suonare la chitarra elettrica, non ho più guardato una chitarra acustica e mi da tanta soddisfazione. Sto togliendo anche un po’ di elettronica e le cose che sto facendo hanno più un sapore sperimentale. La cosa che ammazza l’arte secondo me spesso è la routine, anche artisti importanti, grossi, che hanno fatto numeri importanti, hanno scritto cose importanti, quando entrano nel circolo vizioso della routine, cioè quella che ogni due anni fai l’album, vai alle radio, fai la promozione, poi fai il tour e poi ricominci, sa un po’ di timbro del cartellino il che ammazza l’arte.

La routine è sempre pericolosa.

Tra quanto questo nuovo album?

Mah un anno di questi, non mi sono dato una scadenza. Adesso sto facendo il tour e mi sto divertendo tantissimo con i ragazzi c’è una bella intesa, ci divertiamo, c’è un bel clima e me lo voglio godere. A fine estate che finisce il tour mi rimetto la giacca da cantautore e mi metto a fare il disco nuovo.

Michela Campana e Alfonso Papa © Copyright Backstage Press. All Rights Reserved

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