Andrea Mirò. Figlia e madre della musica.

mirò_6Cantautrice, musicista polistrumentista. Come nasce questa passione e cosa rappresenta la musica nella tua vita?

Dovessi dire esattamente quando, non lo so! So che ho avuto la possibilità di entrare a contatto con la musica molto presto. Frequentavo – detto così fa un po’ sorridere – ma frequentavo un oratorio, con un prete fantastico, che aveva fatto della comunità giovane, che c’era nel nostro paesino, un’occasione per imparare delle cose; ci mise a disposizione strumenti, lui stesso suonava – suonava l’Hammond – questa fu una fortuna. Davanti ad un microfono ci sono arrivata all’età di cinque anni, la cosa che mi piaceva e intrigava di più è stata quella di studiare i codici per scrivere, per sapere la musica, per capirla dall’interno, per questo mi sono approcciata con un percorso classico. Ho frequentato il conservatorio, ho studiato violino e poi da una cosa nasce l’altra, ho cominciato anche ad ascoltare qualcosa che non fosse musica classica, se sei affamata di tutto questo, la prima cosa è imparare a suonare la chitarra, perché così te le puoi suonare, quanto vuoi e soprattutto te la puoi portare in giro. Anche quest’amore è partito da un evento fortuito, mi sono trovata a partecipare a Castrocaro, avevo diciassette anni ma non che mi ero iscritta io, sai quelle cose che succedono per caso, uno ti dice “io ho un pezzo, chi lo canta?”, “Conosco quella ragazza, facciamolo cantare a lei”, e ti ritrovi a partecipare alla rassegna. Io avevo altri obiettivi, non seguivo Castrocaro, non conoscevo la rassegna, non conoscevo nessuno, pensavo che, alle selezioni, mi avrebbero mandata a casa, ed invece, sono arrivata in fondo e l’ho vinto. E questo ha cambiato molto i miei piani, cominciano a cadere le convinzioni alle quali ero aggrappata, il vivere la musica dall’interno, studiarla e capirla, mi consolavo, però, con il fatto che si trattava comunque di musica. La cosa bella era utilizzare quello che io avevo imparato, che mi piaceva e tutto questo galvanizzava questa nuova avventura. Ho iniziato subito molto bene a Sanremo Giovani ho incontrato un discografico, della EMI, cosa importantissima, allora c’erano contratti pazzeschi, quattro anni più due o un disco all’anno che oggi neanche si intravedono; però era tutto improntato sulla interpretazione e la cosa non mi interessava, perché alla fine non mi sentivo un’interprete, non mi interessava quella strada, volevo scrivere delle cose mie, ho mollato dopo tre anni ed ho fatto un percorso mio che mi è costato, ovviamente caro, so benissimo cosa vuol dire non avere un soldo in tasca  e volere sbarcare il lunario solo suonando, però sulla strada si imparano un sacco di cose. Ero giovanissima e soprattutto avevo voglia di vedere, di essere e di provarmi, quindi ho incamerato la mia esperienza, ho cominciato a fare delle tournée con nomi grossi, gente che ho incontrato anche negli studi, mi sono trovata a collaborare con Vecchioni, Finardi, Mango, Ruggeri, Ron. Lavorare con tutti questi grandi, che avevano già una storia alle spalle, ti da la cosa più importante, la storia e le cose vere vissute sul campo.

Nella tua carriera si annoverano molte collaborazioni con artisti affermati, quali ricordi con maggiore piacere e quale, invece, vorresti realizzare e ancora non si è concretizzata.

Tutti li ricordo piacevolmente, ognuno di loro con caratteristiche diverse e con caratteri, impronte e storie differenti, con uno come Ron ci ho fatto tante di quelle date spettacolari che ormai non si contano, così pure con Enrico, mentre con Finardi ci siamo incontrati meno sul campo e più in studio, anche con Mango ed anche con Vecchioni con cui ho fatto un duetto. Ognuno di loro ha lasciato qualcosa, il bello è che, con tutto quello che hai imparato, poi crei un tuo modo personale, un approccio, un metodo di scrittura tuo, ma che ha un pezzo di ognuno di loro; per cui non ho una preferenza effettiva, tutti grandi anche da un punto di vista artistico. Quelli con cui vorrei collaborare oggi, in realtà, sono quelli con cui mi è già capitato di collaborare che fanno parte comunque della scena attuale, non voglio dire nuova, perché non è dall’altro ieri che fanno musica, per esempio, collaborare con Perturbazione, con Zibba, che ho diretto quest’anno a Sanremo è stato speciale. Io sono aperta a tutte le collaborazioni, in generale non ho una preferenza, se ti dovessi dire in questo momento, il primo che mi viene in mente, con cui mi piacerebbe fare qualcosa dal punto di vista creativo, potrei dirti, Battiato.

Anche quest’anno, sei stata, tra i maestri che hanno diretto gli artisti in gara al festival di Sanremo. Qual è il tuo rapporto con il festival di Sanremo è più emozionante partecipare come interprete o dirigendo l’orchestra.mirò

Mi è capitato veramente di farlo in tante vesti, forse l’unica cosa che mi manca è la conduzione, perché l’ho fatto come interprete e cantautrice nella sezione giovani, come musicista due volte per due artisti diversi, come direttore d’orchestra per vari artisti e anche in giuria. E’ un privilegio, aver calcato quel palco in tutte queste vesti. In Italia la figura, quella dell’artista, ha più ruoli, ed è molto difficile da assimilare, lo dico perché ti guardano un po’ come la bestia rara; però io reputo che questa sia una grandissima ricchezza, perché sono veramente pochi quelli che possono farlo, ed è una cosa di cui vado orgogliosa. Sono tutte situazioni in cui emotivamente sei in una condizione diversa, perché se sei in gara, quello che ti stai giocando è una cosa diversa da se sei a servizio di un artista come musicista ed è ancora diverso quando sei a servizio di qualche artista però tenendo le redini, che è il caso del direttore. Forse una delle più belle è stata quella del direttore d’orchestra, perché sono sulla scena, ma non sono io il diretto interessato, ma allo stesso tempo ho tutto in mano, ho il ruolo di colui da cui dipende tutto e poi c’è un grandissimo lavoro di arrangiamento, tutto quello che ci sta dietro, il mio lavoro vero, è il mio “lavoro a tavolino” ed è il mio lavoro anche live, contiene un po’ tutto, forse è la cosa più divertente, più bella e appagante.

Recentemente, ti sei esibita a Roma dopo molto tempo, com’è stato risalire su un palco?

Roma per me è sempre stata un posto molto speciale, perché quando io ho iniziato come cantautrice, nel giro di un anno, il mio zoccolo duro si è formato li, ci sono perciò persone che da li prendono la macchina e mi vengono a vedere a Torino. Sembra strano dirlo, io sono piemontese, trapiantata a Milano ma se dovessi parlare di fan, quelli che veramente danno il sangue, sono a Roma e dintorni, per cui tornare  a Roma e suonare a Roma, se fosse per me ci tornerei tutte le settimane. E’ una bella piazza, l’ho sempre trovata con le orecchie molto aperte, forse negli ultimi tempi ancora di più, mentre Milano lo era quando io sono arrivata da ragazza e adesso si è un po’ arenata, se Dio vuole le cose, si stanno un po’ muovendo e forse si riprenderà il ritmo. Sono stata molto felice essere sul palco dell’Alexanderplatz Jazz Club, tappa obbligata del jazz e firmare sul muro accanto ai tanti nomi presenti è un qualcosa di veramente gratificante.

Il tuo ultimo lavoro discografico, Elettra e Calliope, ha una doppia anima, come tu lo hai definito,  come i vecchi vinile di una volta, con una doppia faccia; un lato dirompente ed alternativo e l’altro profondo e spirituale. Come nasce l’idea di questa impostazione progettuale e soprattutto Andrea Mirò, persona, si rivede in questa doppia faccia?

Nella doppia faccia mi ci ritrovo pienamente, perché è la mia forza, alla fine ho assecondato semplicemente quella che è la mia tendenza, intrufolarmi nell’abito più di pancia, più emotivo, più diretto che esista, questa è la prima parte “Elettra”. Il fatto di dividere il disco in due parti, nasce dalla necessità di avere due materiali diversi e di dare connotazioni differenti. Questa è la cosa che avrei fatto trent’anni fa, avrei fatto due dischi; siccome non avevo né il tempo né il budget, l’ho fatto adesso, approfittando del fatto che non ci sono grandi regole né dal punto di vista del mercato, che del resto non esiste più, né dal punto di vista artistico, quindi ho pensato: “Faccio un disco con una doppia faccia di lettura”. Il risultato è che abbiamo due cose molto diverse, unite tra loro dal mio modo si scrivere in generale e dalla mia voce, sostenuti dal mio modo di stendere i pezzi, racchiudendo in tutto ciò un’unica firma per due cose molto distinte. Quando è uscito il disco, la prima cosa che ho notato e stata, che chi lo ascoltava amava il disco nell’insieme ma in particolare o una o l’altra parte, non entrambe.

mirò-patrucco 1Oggi, a parte la realizzazione vera e propria, il “prodotto” musicale si avvale molto dell’elettronica, dei social network e del web. La musica è sempre più digitale anche per quanto riguarda il commercio. Ciò aiuta o danneggia il mercato musicale?

Il mercato, oggi è, in pratica, inesistente. Se c’era un danno andava curato prima. Bisognava prevenire, i nostri discografici, ed in genere la discografia, molto più in Italia – devo dire – che all’estero, non ha avuto grande lungimiranza e quindi si è lasciata fagocitare credendo di avere i mezzi per poter combattere, come don Chisciotte, i mulini a vento. La rete non è più soltanto un mezzo ma è il nostro modo di comunicare, di fare la spesa, di pagare le bollette, di avere rapporti interpersonali, di tutto. Ormai è assurdo pensare di combattere, sarebbe bello che l’Italia cominciasse a pensare di avere qualche legge in più per arginare l’emorragia che c’è e ci sarà sempre, per tutto limitare quello che è perso clandestinamente, tutto lo scaricamento abusivo. È anche vero che, alla rete possiamo dire grazie, perché poi la tua musica gira e non è soltanto un canale che si ascolta in Italia, a volte ti scrive su Facebook, un fan che non è italiano e che apprezza quello che fai, perché l’ha sentito in rete. Quando quello che tu chiami nemico è troppo grosso, la cosa migliore e scendere a patti, vederla come un’opportunità e non come qualcosa che ti è tolto. Il danno più grosso, forse, è che ha messo in condizione chiunque di mettere materiale in rete, la difficoltà del fruitore è quella di scegliere il materiale della rete.

Quali sono, invece, i progetti futuri di Andrea Mirò?

E’ appena uscito (25 febbraio) “Segni (e) particolari”, in cui c’è una mia collaborazione con Alberto Patrucco; un percorso tra le parole e la musica di Georges Brassens, il più raffinato cantautore francese del secolo scorso. Vi è poi il mio tour, che mi porterà ancora un pò in giro e sto lavorando ad un importante progetto teatrale che per ora preferisco non svelarvi.  Accanto a ciò, cercherò poi di essere una buona mamma.

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