|
Si intitola “Sotto mentite spoglie”, una ballata d’autore, dolce nell’incedere e “velenosa” nell’ironia che sa mettere a nudo, che in qualche misura riflette sulle maschere che ogni giorno portiamo nella “scena” della vita. Brano che si lascia accompagnare anche dal video ufficiale per la regia di Luigi Di Domenico e la fotografia di Luigi Risi.
«Sotto mentite spoglie” è forse il brano che riesce meglio a far trasparire le diverse anime della mia musica: c’è un ritornello scanzonato che vuole portare leggerezza nella vita delle persone e, al contempo, una strofa ironica ed elegante che invita alla riflessione. Secondo me le due cose possono andare di pari passo: è un pregiudizio ideologico quello di considerare una persona più consapevole meno vitale e allegra. La lucidità aiuta tanto a portare il ritmo: non c’è tanta differenza se della vita o di un pezzo». A. Serra
Il videoclip e la copertina del singolo rappresentano un tentativo di riproposizione in chiave contemporanea del mito della caverna platonico. Lo schermo televisivo ipnotizza così come lo fanno i riflessi dei manufatti nella caverna raccontata dal filosofo greco. I musicisti seduti su un divano come automi ipnotizzati si risvegliano gradualmente dal sonno della coscienza nei modi più insoliti mentre dietro di loro una festa si anima sempre più. Nel frattempo in platea individui mascherati assistono a questo spettacolo. Il nodo concettuale è il bivio fra sopravvivere e vivere: da una parte l’identità come maschera sociale legata all’adattamento al mondo, dall’altra l’aderenza al flusso della vita per non perdere di vista la nostra essenza. La vita può essere paragonata ad un flusso indeterminato che si ramifica in infinite direzioni e le successive sue ramificazioni che si cristallizzano sono le nostre maschere identitarie. Nel momento in cui perdiamo di vista la vita come flusso e cerchiamo soltanto di conservare una sua manifestazione secondaria perdiamo il contatto con la fonte: finiamo per essere soltanto antivitali e contraddittorie macchine biologiche che pensano solo a sopravvivere.
Un titolo che evoca uno spazio di apertura e riconfigurazione costante: ognuno di noi ha una comfort zone, una terra battuta e conosciuta con cui ci identifichiamo facilmente, ma al contempo l’incontro con l’inatteso ci suggerisce un’altra parte di noi sempre nuova ed esordiente come costante possibilità di ritornare terreno fertile. Riconfigurare, nuove prospettive, altri punti di vista con cui guardare se stessi e la vita che ci circonda. Ecco cos’è e cosa vuol essere Terra vergine.
100 poesie e 10 tappe di unico viaggio della coscienza. In ognuna di queste tappe c’è qualcosa da imparare e qualcosa da lasciar andare: si parte dalla prigione invisibile dello scacchiere sociale in cui noi ci chiudiamo in un’identità che non ci rappresenta (“Scacco matto”), fino alla liberazione dello sguardo dell’astronauta, colui che si è così tanto emancipato dal mondo da averlo in custodia (“Astronauti”).
|