Revelè ci presenta il suo nuovo singolo.
Da venerdì 10 ottobre 2025, è disponibile in radio e in digitale “HIMALAYA”, il nuovo singolo del cantautore partenopeo Revelè. Il brano, distribuito da Artist First e prodotto da Mario Meli, si presenta come un pezzo profondamente viscerale che intreccia richiami alla new wave napoletana con sonorità urban, pop elettronico e atmosfere cinematografiche.
Al centro di “HIMALAYA” c’è il racconto di un bambino che sogna di fare l’astronauta e che, crescendo, si scontra con la disillusione e la fretta dell’età adulta. Nonostante tutto, resta vivo un desiderio puro: quello di fare qualsiasi cosa per amore, persino scalare la montagna più alta.
L’artista partenopeo, all’anagrafe Giuseppe Cacciapuoti, ha voluto infondere nella traccia la sua parte più autentica, definendo la canzone come “il coraggio di non arrendersi, di continuare a credere nei propri sogni e nelle proprie radici”. A rendere il brano ancora più personale e simbolico, nel ritornello compare la voce di Mema, sorella gemella di Revelè, unita a lui dal sogno di trasformare la vita in arte.
Un lavoro che mescola fragilità e potenza, come nella cifra stilistica di Revelè, artista, attore e autore, la cui ricerca spazia tra musica, teatro e scrittura.
Abbiamo avuto il piacere di incontrare Revelè per farci raccontare il suo nuovo singolo “HIMALAYA” e i progetti futuri.
“HIMALAYA” è incentrato sulla disillusione dell’età adulta che si scontra con la purezza dei sogni d’infanzia, simboleggiata dal desiderio di diventare astronauta. Quanto c’è di autobiografico in questo contrasto e come hai trasformato questa consapevolezza (che “i sogni non finiscono mai, ma cambiano forma”) in un messaggio universale per l’ascoltatore?
C’è moltissimo di autobiografico. Da bambino sognavo davvero di diventare astronauta, di toccare il cielo e crescendo ho capito che la vita ti costringe spesso a scendere a terra. Ma non per questo devi smettere di guardare in alto. “Himalaya” nasce proprio da questo pensiero: i sogni non muoiono, cambiano forma. E quando impari ad accettarlo, capisci che anche la realtà può essere un sogno se la guardi con gli occhi giusti.

Il tuo sound fonde “richiami alla new wave napoletana” con “pop elettronico, sonorità urban e atmosfere cinematografiche”. Quali sono gli elementi specifici della tradizione musicale partenopea che hai voluto omaggiare o rielaborare in “HIMALAYA” e come hai bilanciato queste radici con un approccio più moderno e “urban”?
Volevo che la canzone mantenesse il calore e la malinconia della musica napoletana, ma che potesse vivere anche nel presente. Le armonie e l’intensità vocale vengono da quella tradizione, mentre la produzione, curata con Mario Meli, porta dentro elementi elettronici e un respiro più cinematografico. L’obiettivo era far convivere l’anima di Napoli con una visione contemporanea, dove il suono diventa anche immagine, racconto, atmosfera.
La voce femminile di tua sorella gemella, Mema, compare nel ritornello, a sigillare un “sogno condiviso di trasformare la vita in arte”. Che valore aggiunge questa collaborazione familiare al brano?
Per me è stato un momento speciale. Mema è parte della mia storia, e avere la sua voce nel ritornello è come riportare in musica la nostra infanzia, il legame che ci unisce. È una presenza che non è solo affettiva ma simbolica: rappresenta la purezza, la parte di noi che resta immutata anche quando tutto cambia. In fondo, “Himalaya” parla proprio di questo del tenere viva quella parte di sé.
Qual è stato l’apporto di Meli alla produzione di “HIMALAYA” e quali sfide o scoperte sonore avete affrontato insieme per definire l’identità finale del pezzo?
Con Mario Meli c’è stata una grande intesa. È riuscito a entrare nel mondo emotivo del brano e a costruire un vestito sonoro che lo amplificasse senza snaturarlo. Abbiamo lavorato tanto sui contrasti: la delicatezza e la forza, il sogno e la realtà. La sfida più grande è stata proprio trovare un equilibrio tra la mia parte più intima e quella più universale, e credo che grazie a lui ci siamo riusciti.
Affermi che l’amore può “oltrepassare ogni limite: scalare una montagna, abbattere una muraglia, trasformare un castello di sabbia”. Nel contesto attuale, che tipo di amore rappresenta l’Himalaya da scalare per te?
Oggi l’Himalaya è imparare ad amare senza paura. Viviamo in un tempo in cui i sentimenti vengono spesso nascosti, protetti, quasi censurati. Io credo invece che amare davvero significhi mettersi a nudo, accettare la fragilità e la distanza. È l’unico modo per sentirsi vivi. “Himalaya” è proprio questo: l’amore come atto di coraggio.
In che modo l’essere anche attore e autore influenza il tuo approccio alla scrittura delle canzoni?
Tantissimo. Il teatro mi ha insegnato a cercare la verità nei gesti e nelle parole. Quando scrivo, penso sempre a una scena, a un’immagine, a un respiro. Ogni canzone per me è una piccola storia, e la voce diventa lo strumento per darle corpo. L’attore e il cantautore convivono in me, si completano. Entrambi cercano la stessa cosa: la verità.
Tra le tue guide creative citi Mango e Pino Daniele. Qual è il loro insegnamento più importante che senti di aver fatto tuo?
Da Mango ho imparato la libertà: quella di non avere paura di essere diverso. Da Pino Daniele, invece, l’importanza delle radici che non sono una gabbia, ma un punto di partenza. Entrambi mi hanno insegnato che la musica non è solo suono, ma un modo di stare al mondo. Ogni volta che scrivo, provo a ricordarmi questo.
“HIMALAYA” è disponibile in radio e in digitale. Quali sono i prossimi passi per Revelè? Avremo modo di ascoltare presto un EP o un album? E ci saranno occasioni per vederti dal vivo?
Sì, assolutamente. “Himalaya” è solo il secondo capitolo di un percorso che porterà all’uscita di un EP nei primi mesi del prossimo anno. Nel frattempo sto lavorando anche al live, perché il mio obiettivo è portare tutto questo mondo sul palco, dove la musica e la verità si incontrano davvero. Voglio che ogni concerto sia un viaggio emotivo, un luogo in cui sentirsi parte della stessa storia.
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