Stefano Dionisi premiato al tentennale del Premio Penisola Sorrentina

Backstage Press presente all’incontro con la Stampa durante il quale si è parlato anche del libro “La barca dei folli. Viaggio nei vicoli bui della mia mente” di Stefano Dionisi

Nel mosaico del cinema italiano contemporaneo, “La barca dei folli. Viaggio nei vicoli bui della mia mente” di Stefano Dionisi si impone come una testimonianza intensa dove la voce dell’attore affonda nelle pieghe della sofferenza psicologica e restituisce, attraverso una scrittura schietta, la complessa narrazione di chi cerca la luce nell’oscurità interiore.

Dionisi, nato a Roma nel 1966, ha legato il suo nome a film e serie indimenticabili come “Farinelli”, “Il partigiano Johnny”, “Sostiene Pereira”, collaborando con registi quali Gérard Corbiau, Roberto Faenza, Dario Argento, Nanni Moretti; la sua carriera, traversando palcoscenici e set, ha sempre privilegiato personaggi complessi e sfaccettati, specchio di una profonda ricerca artistica.

Questo approccio si riverbera nel libro, dove lo stile asciutto e diretto, privo di manierismi, accoglie il lettore in un viaggio di quattordici anni nelle cliniche psichiatriche italiane, tra terapie impegnative e convivenza con la fragilità umana che Dionisi tratteggia con sguardo partecipe ma mai compiacente.

 “Questo è un libro che non nasce da necessità superficiali, non aspira ad accontentare aspettative dettate da altri. Ho vissuto dieci anni immerso in patologie profonde, seguendo un percorso terapeutico duro e continuativo. Un testo si realizza soltanto quando ci si reinventa. Io quei dieci anni li ho trascorsi in un inferno personale, ora finalmente riesco a parlarne anche con una certa ironia. Ogni storia, persino la più surreale, contiene una vena tragicomica ed è proprio questo il tono prevalente della narrazione”: ha dichiarato Dionisi.

 

Dionisi trasfigura in letteratura il metodo del performer: i pazienti dei reparti psichiatrici – figure come il Prof, Tacchi a Spillo, Sbrano – vengono descritti come compagni di scena in una rappresentazione drammatica e corale dove si oscilla tra la dolenza dell’esperienza ospedaliera e la scoperta, talvolta sorprendente, di una solidarietà inattesa.

“Non è una biografia, alcuni personaggi scompaiono, altri lottano, altri ancora resistono; ma questo fa parte di ogni racconto. Ho scelto di parlare sia delle persone che non ci sono più e che hanno trovato qui un ultimo approdo, sia di quell’identità che ho ricostruito dentro di me. Il libro vuole essere una via di riflessione, tra farmaci, percorsi terapeutici, disciplina e ricollocazione sociale, per mostrare che, benché difficile, il cambiamento è possibile. Dentro la clinica, nessuno era davvero folle: eravamo soltanto vulnerabili, senza maschere. La mia patologia era di tipo psicotico, raggiungeva intensità vertiginose e pionieristiche per chi ne soffre, ma poi la coscienza riemerge, riappropriandosi di ciò che è realmente. Le psicosi lavorano così: ridefiniscono confini, mescolano interno ed esterno, e solo chi le ha vissute può capirne la natura.”

Il Premio Penisola Sorrentina, che nel 2025 ha celebrato il trentesimo anniversario con una serata speciale, ha riconosciuto a Dionisi il merito di aver aperto nuovi orizzonti nel racconto audiovisivo della sofferenza psichica. L’incontro pubblico del 25 ottobre – condotto da Francesco Branchetti, regista e attore di raffinata sensibilità e profonda esperienza, intervistatore capace di valorizzare la ricchezza emotiva di Dionisi – si è svolto sotto la regia attenta del patron Mario Esposito, motore infaticabile e visionario della manifestazione, che ha da sempre sostenuto le voci fuori dal coro e le narrazioni capaci di smuovere le coscienze. Accanto a Dionisi, il Premio ha conferito riconoscimenti ad altre figure di rilievo della scena audiovisiva italiana ed internazionale – come Violante Placido, Danny Quinn, Flavio Insinna, Luca Manfredi, Franco Simone e Simona Cavallari – confermando così una tradizione di eccellenza e innovazione.

La barca dei folli si rivela dunque non solo come un diario personale, ma come una pietra miliare dove il lavoro dell’attore e la testimonianza privata si fondono in una sintesi artistica e umana, invitando il pubblico, esperto di cinema e audiovisivo, a una lettura che va oltre il racconto di malattia: “Ho scritto la mia storia perché credo possa essere d’aiuto. Ci sono tante persone che convivono con disturbi psicologici profondi, e il percorso che racconto, tra farmaci, disciplina e terapia, può indicare una strada – attraverso esperienze, tentativi di rigore e nuovi equilibri, si può riuscire a ricominciare. La mia esperienza mi insegna che la vera alterità non è la follia, ma la forza di affrontare la propria fragilità senza vergogna. Mi piace pensare che, in fondo, anche le storie più strane possano insegnare qualcosa, e il tono di questo libro rispecchia proprio questa visione: non si tratta di una testimonianza vera in senso classico, ma di una riflessione sincera sulle possibilità di riscatto.”

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